La Città Dei Cuochi

La Città Dei Cuochi
DI JEAN PIERRE DURIEZ
alla Grancia di Crapolla (NA) per un omaggio a Paul Bocuse, Chef cuisinier du sublime.


Un pomeriggio in attesa del tramonto con il Paesaggio Sublime della Grancia di Crapolla che decodifica i desideri del buon vivere, Bottiglie di Pinot nero o di Bianco Sireo al quadrato accompagnano la performance di Jean Pierre Duriez che disegna Cuochi a Metro per la gioia dei presenti.

Un gesto ripetuto con maestria per comunicare il valore di una vita del “Roi Lyon”, icona internazionale che ha accompagnato la comunicazione dell’arte di riconoscere gli ingredienti del buon vivere.

Qui Si Sana diventa lo slogan da vivere come ecologia della mente che si appropria dei temi legati al sublime come arte del gusto non distante dai valori dell’incontro per una quinta urbanità.

La galleria Paolo Bowinkel accompagna l’artista che a sua volta si fa accompagnare dalla sua pittura parlante sui temi della cucina e del cucinare come racconto di un vissuto di incontri dove spesso la presenza di Bocuse è viva e rappresentativa di una vita a densità moltiplicata.

Merci Mr Paul

 

 

Duriez: la pittura come ricerca del “daimon” umano

di Zairo Ferrante

Da sempre sostengo che l’Arte debba essere prima di tutto “Dinanima”, ossia vibrazione profonda che riesce ad entrare in risonanza con l’Anima umana, richiamando emozioni e sensazioni nascoste che, una volta decifrate, saranno in grado di produrre ulteriore “dinanimismo”.


Un incessante – prendendo in prestito le parole del noto psicoanalista junghiano James Hillman – “fare anima” capace di metterci in contatto con il nostro “Daimon” interiore, con quella vocazione profonda che ci accompagna  sin dal nascita e che “ci motiva, ci protegge, inventa e insiste con ostinata fedeltà”.

Quel Genio innato che, se alimentato e coltivato, riesce a rendere realmente autentica la nostra esistenza  e che trova la sua massima espressione nell’atto creativo.

Una silenziosa spinta propulsiva che possiamo percepire – anche se sapientemente celata dall’Artista – nella maggior parte delle Opere di Duriez.

Quadri capaci di smuovere l’animo umano e far rivivere le passioni che in esso “sonnecchiano”.

Oniriche istantanee che immortalano sbiadite figure umane intente ad esercitare il proprio “Daimon” interiore. Persone impegnate – e quindi perse – nel “fare anima”.

Cuochi che schizzano fuori dalla pentola proprio come il sublime profumo delle loro pietanze.

© Jean-Pierre Duriez

Piedi di un contadino che si perdono nella scala cromatica marrone-arancio della terra, insieme a quelle carote che con passione e fatica – testimoniate da una bottiglia di vino vuotata e da una vanga impugnata – ha creato  e fatto crescere.

Pescatori che  – noncuranti del lussurioso richiamo proveniente da soffici figure  femminili nude e divertite – attentamente fissano il proprio galleggiante, nell’attesa di quella vibrazione che possa fisicamente ricongiungerli alla loro primordiale passione.

Ragazze che disinteressatamente voltano le spalle al mondo mostrandogli una chitarra, unico vero specchio della propria anima e sincero catalizzatore della loro atavica creatività.

Questo ( e non solo ) è quello si può scovare passeggiando nel giardino abilmente creato da Jean-Pierre Duriez.

Opere mai banali,  caratterizzate da morbide e sinuose linee di colore – ad arte mescolate e sovrapposte –  che trascinano l’Osservatore in quel luogo né umano e né Divino, dove albergano tutte le Idee dell’Universo e dove l’Anima può realmente ricongiungersi  e danzare con la sua unica e ancestrale Vocazione; riconquistando, in tal maniera, il proprio posto nello spazio e soprattutto nel Tempo.

Ferrara – 22/03/2018, di Zairo Ferrante, fonte Blog ufficiale « DINANIMISMO »

 

Jean-Pierre Durièz e Ugo Marano: a Ferrara una mostra per due

Dal 9 settembre al 5 ottobre “La città dei cuochi e la città moltiplicata”

Dal 9 settembre al 5 ottobre 2017 la sala mostre di Palazzo Turchi di Bagno, sede del Sistema Museale di Ateneo dell’Università di Ferrara, ospiterà “La città dei cuochi e la città moltiplicata”, che esporrà le opere Jean-Pierre Durièz accanto a quelle di Ugo Marano. Due mostre congiunte, realizzate grazie all’iniziativa della celebre galleria Bowinkle di Napoli, e due stili diversi che insieme creano qualcosa di nuovo, in un viaggio esperienziale visivo ed emozionale a Ferrara, dove il breve ma intenso vissuto dei due artisti ha lasciato frammenti e germogli di nuova umanità, oggi parte integrante della nuova urbanità della città.

Pittore, scultore, ma anche regista, attore, sceneggiatore e fotografo, nelle opere che saranno esposte a Ferrara Durièz concentra l’attenzione sul linguaggio universale del cibo e sul mondo dei cuochi, con i loro grandi cappelli bianchi, presentando una quarantina di soggetti tra tempere, disegni, oli, sculture e materiali d’archivio. “La città dei cuochi – secondo Ursula Thun Hohenstein, presidente del Sistema Museale di Ateneo dell’Università di Ferrara – diventa moltitudine di visi e di ingredienti della nuova umanità presente nel mondo dell’accoglienza che elegge un personaggio oggi addirittura invadente a personaggio simbolo, malinconico, affaticato, ma protagonista positivo di incontri necessari nello spazio neutro e plurale”. “Chef, maschere, figure femminili, e ritratti passano al vaglio sognatore del pittore trasformandosi in una pittura che ottiene l’effetto di un caleidoscopio simbolico del mondo e della vita contemporanea”, aggiunge Carla Traverso, critico d’arte. “Jean-Pierre – secondo Jean-François Charnier, Conservateur des Musées de France e direttore scientifico del Louvre Abou-Dhabi – vibra sempre dello spirito interiore degli esseri come Chagall, come Soutine. Parla attraverso le immagini proiettate nella sua mente e quando si esprime le immagini prendono forma intorno a lui. Amo la serie di cuochi cavalieri. Il cuoco a cavalcioni di un pesce mi riporta alla memoria ricordi. I suoi esseri hanno una presenza reale, egli s’impegna con loro, si riconosce una vita bohémien nei suoi dipinti, una curiosità avida, inquieta a volte, nuova sempre”.

La mostra di Jean-Pierre Durièz a Ferrara si congiunge con un progetto d’utopia che è visione strategica di un altro artista, Ugo Marano, che realizza la sua “città moltiplicata”. “Per me – spiega Durièz – è un onore esporre accanto a Ugo Marano, anche nella grande differenza stilistica che ci contraddistingue”. Grande ceramista nato a Cetara, nella Costiera Amalifitana, e morto pochi anni fa, Marano è stato il maestro dell’arte vascolare italiana contemporanea, “artista del nuovo secolo, capace di riflessione simbolica e concettuale ma anche di sofisticata perizia artigianale, in un nuovo trionfo della manualità”, nella definizione che diede Gillo Dorfles. Una volta chiusa la mostra ferrarese, le opere di Jean-Pierre Durièz saranno esposte in una nuova personale in programma alle Terme di Saturnia.

Hanno detto di Durièz

JPD, 2002 «Dipingo ciò che non riesco più a trattare a parole.»

Derek Walcoott, Prix NOBEL de Littérature 1992, Capri «Jean-Pierre, tu non hai lasciato il Cinema per il mondo della pittura, perché tu sei nato pittore».

Claudio Angelini, New-Jork «Un po’ espressionista, un po’ surrealista, Durièz fa dell’arte una ‘ècole du regard’, è in grado di cogliere sequenze di immagini che sono il mistero delle semplicità».

Antonio Porcella, Roma «Uomo poliedrico, Jean-Pierre Durièz ha percorso trasversalmente e con successo diverse strade dell’arte, fino ad arrivare alla scelta definitiva della pittura».

Jackye Fryszman, Paris «Tu sei un ARTISTA, Jean Pierre. Un mago che reinventa senza sosta la realtà, la tua realtà e la tua mutevole esperienza, e si scoprono nella tua pittura istantanee di vita, istanti di anni passati a guardare la vita che va e che viene e, come diciamo tra noi, ci regali un’umanità divertente da vedere e da mangiare”.

Duriez colora l’estate italiana coi suoi chef

Noto al pubblico italiano più come “l’americano” del film “Il camorrista” di Tornatore, il pittore racconta la sua avventura artistica al Velino


“Il mio simbolo è la toque di chef. Il mio colore dominante il rosso che richiama le labbra, e quindi il gusto”, al VELINO parla Jean Pierre Duriez, attore, regista e pittore francese classe 1949. “Sono nato a Pigalle, ma mi piace Napoli, e a Trastevere è cominciata la mia vita artistica”. Ad agosto e settembre prossimi l’artista esporrà al Polo d’arte Moderna e Contemporanea di Ferrara 80 opere sul motivo che lo contraddistingue nel panorama della pittura contemporanea mondiale, quello dei “cuochi”. Scrive il suo amico napoletano Pasquale Persico (definito da Duriez “bella capa”, economista napoletano che esercita all’Università di Salerno) che in lui “il Cappello del Cuoco diventa bandiera universale”. Ferrara accoglierà le tele di Jean Pierre Durèz accanto alle opere di Ugo Marano, artista amalfitano scomparso qualche anno fa, nella mostra “La città dei cuochi e la città moltiplicata”, aprendo anche gli spazi della Città del Ragazzo, dove fu ricoverato Giorgio De Chirico (ai tempi in cui la struttura, tra il 1916 e il 1917, fu ospedale militare per curare chi era affetto da nevrosi causate dalla guerra).

Proprio alla metafisica di De Chirico si è ispirata la mostra che due anni fa realizzò Duriez a Ferrara. Ora l’artista francese nella città estense esporrà le sue ultime opere, annunciandole da Napoli, in particolare dalla Galleria Paolo Bowinkel (sita in via Calabritto 1), che è la sua seconda casa, dopo lo studio di Montmartre (“Nell’atelier di Parigi c’è una luce stupenda – racconta Duriez -. È difficile salire, sono sei piani senza ascensore, ma quando ci sto, con due macchinette di caffè posso tirare tutta la giornata”). L’anteprima partenopea è in calendario il 18 maggio, subito dopo il ritorno dalla Cina, dove il pittore è stato invitato per la seconda volta per un progetto di collaborazione artistica istituito tra la Francia e la terra del Dragone. In particolare, nella provincia di Longzhou- Guangxi, dal 26 marzo al 9 maggio, Duriez dipingerà i suoi chef su tele di dimensioni molto grandi, 4 metri per 4. “‘Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà’, questa celebre profezia, pronunciata da Napoleone nel 1816 e poi ripresa da Lenin poco prima di morire, sembra essersi avverata. Siamo dentro adesso”, osserva Duriez.

Da dove nasce l’amore per la cucina di Duriez? Dall’amore per Napoli e le sue donne, su tutte Marisa Laurito, anche lei brava cuoca e pittrice, con cui l’artista francese è stato legato da una passione travolgente trasformatasi in una bellissima amicizia? Oppure dall’aver frequentato le migliori cucine del mondo quando era regista televisivo per un’emittente francese? O forse semplicemente perché è attratto dal contrasto tra l’allegria che suggerisce un buon piatto e la rigidità che definisce quasi “militaresca” che regna tra i fornelli dei grandi chef che contano su un personale che può arrivare fino a 100 unità ed oltre? Fatto sta che Duriez si sente baciato da Picasso nella sua pittura e che ama la tradizione gastronomica napoletana. Il suo piatto preferito? Pasta e ceci, “ma non so cucinare bene”, ammette. Il suo tratto piace agli chef: il suo “più grande quadro l’ho venduto a un cuoco”, l’accademico della cucina italiana Sergio Corbino lo ha scelto per il suo volume di ricette “da Otto, antica latteria” ed è stato cooptato per i disegni del libro “La Cuisine des Lumieres” di Jean-Pierre Mari sulla cucina settecentesca. Cosa convince della pittura di Duriez? La gioia dell’incontro, l’amicizia, i viaggi, e la sua carriera d’attore, perché tutto ciò confluisce nelle sue opere. Parlare con lui in un italiano che sposa un po’ di romanesco e un po’ di napoletano condito dall’accento francese è coinvolgente e colorato come la sua storia.

“La vita artistica – racconta Duriez- comincia con mia madre che era attrice e mio padre, un disegnatore industriale, dunque non gli piacevano le curve, a me piacciono le curve. Non sono mai stato un grande studente. L’arte mi ha preso più della matematica. Mi sono sempre visto come un avventuriero artistico. Quando avevo vent’anni mia madre, Charline, è morta e nello stesso momento in cui l’ho persa ho incontrato Picasso. Ho sempre pensato che è stata mia madre che gli ha detto: ‘dai una mano a mio figlio’. Ho avuto la forza di andare a disturbare Picasso. A Megève lui usciva per una passeggiata e io l’ho avvicinato per dirgli: ‘Voglio essere pittore’. La svolta nella mia vita artistica arriva con il pittore giapponese Matsui Morio che faceva le Belle Arti a Parigi e mi invitò a vedere che cos’è la pittura. Ha visto subito in me la manualità per disegnare le facce. Poi mi sono sposato giovanissimo ed ho avuto una figlia. Mia moglie sceneggiatrice ha cominciato a fare una bella carriera con film dal basso budget. Ha cominciato a prendere dei premi. Lei è la nipote di Alessandro Fersen che aveva una scuola di recitazione a Roma frequentata, tra gli altri, da Francesca Archibugi, ed io sono venuto qui in Italia per frequentarla. Roma mi da molto di più di Parigi. Ho incontrato Gassman che faceva ‘L’Edipo Re’ all’epoca, poi Adolfo Celi che per me significa Sandokan, e divento grande amico di Claudio Angelini della Rai. M’imbatto in Gianfranco De Bosio, pronto per una tournée teatrale con Lando Buzzanca e Paola Barboni e mi dice: ‘Jean Pierre c’è una bella parte per te’. ‘Voglio farla!’, gli ho detto”.

“Dopo questa tournée teatrale – continua Duriez -, ho conosciuto Tornatore che già faceva il suo primo film con Ben Gazzara e lui ha detto: ‘Jean Pierre c’è una bella parte in questo film dell’americano’. Io sono francese ma lui mi ha visto come americano (forse anche per questo amo Renato Carosone, che mi è stato presentato da Marisa, e ‘Tu vuò fa’ l’americano’ è la mia canzone) e mi sono ritrovato a fare un film dal casting pazzesco. Roma mi è costata un divorzio. Una sera Peppuccio mi porta a prendere un bicchiere all’Hemingway che era un bar famoso, e là mi sono ritrovato quelli del set ed un gruppo di napoletani che faceva un po’ di casino. C’era Arbore che preparava ‘Quelli della notte’. E lì ho conosciuto Marisa che mi ha presentato Renzo, Andy Luotto, grande cuoco, e tutto il gruppo. Mi sono ritrovato tra dei napoletani che mi hanno adottato. Marisa era completamente diversa da mia moglie. Marisa mi ha fatto ridere immediatamente. Siamo rimasti grandi amici, ma non potevamo stare insieme perché io sono molto dolce e Marisa ha bisogno di un maschio forte”. Dopo “Il camorrista” al cinema arriva per Duriez anche “Mignon è partita” di Francesca Archibugi e la scrittura e la regia del western “Billy” per l’Istituto Luce, ma è la pittura che sente reclamare l’attenzione dentro di sé.

“Ad un certo momento, vent’anni fa più o meno, lascio tutto. Lascio la televisione, la regia, il teatro, il cinema, e mi metto a dipingere. La pittura è la mia vita – afferma Duriez -. Convoglio tutte le mie energie nella pittura. Roma mi da l’incontro con Toni Porcella che aveva la Galleria a Piazza di Spagna e mi ritrovo in una delle migliori gallerie della capitale. Da lì parto per New York e Los Angeles, comincio a girare il mondo. Il teatro di Gassman e di Gianfranco De Bosio, il cinema di Cinecittà e l’Istituto Luce sono la mia scuola per diventare pittore”.

“La cucina e le facce delle persone sono ingredienti per il mio piatto che è il quadro – spiega Duriez -. Ho fatto per la televisione francese molti reportage sui cuochi stellati, sui grandi mitici alberghi, tipo l’Excelsior a Roma e il Cala di Volpe in Sardegna. Ho scoperto che i cuochi erano dei personaggi fortissimi che lavorano in cucine dove c’è il grande contrasto caldo/freddo, in un ambiente dal rigore pazzesco. Gli chef sono delle star, come al cinema. Ritraggo le loro divise con le medaglie. I grandi cuochi vivono per le stelle”. Com’è il suo modo di dipingere? “La mia pittura è allegra come Marisa Laurito. Chagall ad un certo punto disse che dipingere non era più un gioco. Al contrario di Chagall io dico che la pittura è per me un gioco. C’è un certo snobismo nella pittura. Io mi chiamo fuori”.

di Ornella Petrucci, fonte ilVelino/AGV NEWS

Amnesty International

Jean-Pierre Duriez, avant d’être peintre à temps complet, est passé par la photographie, le théâtre, le cinéma, comédien, et réalisateur de documentaires. cette richesse d’expressions l’a guidée vers une inspiration qui puise directement au coeur de la matière humaine, ce chaos qui fait l’humanité dans sa diversité haute en couleurs, ou la défait en l’enchaînant.

Très tôt, il a les mains dedans. a peine sorti de l’enfance, a Boulogne Billancourt, Duriez a été plongé, à travers son propre père, dans la dure vie à la chaine des ouvriers de chez Renault, l’usine voisine.
Son destin d’artiste à venir commence par un stage chez un forgeron, entre le marteau et l’enclume à travailler ce métal en fusion, qui sert ailleurs à fabriquer des chaînes.

Créer un tableau pour Amnesty International lui permet aujourd’hui de revenir à sa première prise de conscience de l’injustice, en l’exprimant sous la forme sublimée de l’enchaînement, entrave à la liberté.
Mais si les hommes et les femmes enchaînés semblent y perdre toute expression, englués dans une liste sans fin, en filigrane se devine une autre chaîne humaine : celle de l’espoir, dans le coeur vital du tableau, que la lumière triomphera, que l’amour renaîtra.

JACKYE FRYSZMAN, scénariste/interprête d’art